I'm a victim of this song
Pipilotti Rist

«Forward’s the only way to go» • millesimo [e ultimo] post

mi sono iscritto a tumblr un pomeriggio di settembre del 2011. non è un periodo che ricordo con affetto, e mi sa che è una cosa che si poteva leggere in filigrana fin dal primissimo post. non avevo più un blog da quando avevano chiuso gli spaces di msn, ma ci ho messo un amen ad accorgermi di quanto mi fosse mancato.
da quel primo giorno non saprei dire quante tonnellate di roba sono passate su questa dash, ma di sicuro so che anche grazie a quelle tonnellate di roba adesso sono una persona diversa. ho letto libri, in questi due anni e mezzo, guardato film, ascoltato musica, visto posti, pensato, parlato, amato e scritto, e capire quanto di quest’educazione venga da tumblr e quanto no è difficile.
voi che state su quest’astronave con me sapete di che sto parlando.

ho scoperto canzoni, grazie a tumblr.
ho scoperto libri, strisce a fumetti e graphic novel, e illustratori e graphic designer che mi hanno ispirato e continuano a ispirarmi per il mio lavoro, e fotografi che hanno stravolto la mia lista dei posti da vedere prima di morire spiegandomi che ci sono cose che puoi trovare solo alle cinque di mattina per le vie delle zone residenziali di Boulder, Colorado.
tante cose che oggi penso sono nate qui, magari da qualcuno che raccontando qualcosa di suo mi ha fatto dire «cazzo, ma ci sto anch’io in questa situazione!» e mi ci ha fatto pensare da un’angolazione diversa, una da cui non ero abituato a guardare.

ho scoperto film di cui non sospettavo l’esistenza e serie tv che forse non avrei guardato (grazie all’agguerritissimo fandom di Hannibal, per dirne una)
ho imparato a spararmi le selfie con la webcam, nel caso se ne sentisse il bisogno.
prima di tumblr non conoscevo Louis CK, lo confesso.

ho letto cose che avevo bisogno di leggere. non tutti i giorni, a volte non per un po’ di tempo, ma le ho lette. mi hanno fatto riflettere su argomenti su cui avevo bisogno di riflettere e mi hanno dato le parole giuste per rispondere, fuori da qui, quand’è servito.

ho ascoltato pareri, bestemmie, analisi e scambi d’opinioni su tutto quello che è successo in Italia e nel mondo in questi due anni e mezzo, e ho scoperto che i tumbleri stanno dappertutto, e se hai voglia di andarteli a cercare, allora tutto il mondo può venire a cercare te sulla tua dash.
ho riso. cristo, se ho riso!

ho scoperto che ci sono persone diverse, là fuori, che pensano alle stesse cose a cui pensi tu. mi sono sentito parte di una comunità, come in quella scena di Fight club in cui Tyler dice al poliziotto che sta dando la caccia alla sua banda che «noi cuciniamo i tuoi pasti, togliamo la tua immondizia, colleghiamo le tue telefonate, guidiamo le tue ambulanze, ti sorvegliamo mentre stai dormendo. non fare lo stronzo con noi!».
alcune di quelle persone – alcuni di voi, dico – hanno vite così interessanti che sembra gliele scriva uno story editor, e a quelle le ho seguite come si segue una storia a puntate.

e ho trovato qui persone che hanno arricchito – e continuano ad arricchire – la mia vita personalmente, mettendoci la faccia. e tutte queste cose non voglio perderle.

però.
niente dura per sempre e ogni tot cambiare è giusto e fa bene, mettiamola così. ed è meglio decidere di cambiare che subirlo, il cambiamento.
ci credo, a queste cose, e quando non ci penso me lo ricordano i rem e i joy division – e da poco ho realizzato che questo blog, dal primo post fino a oggi, ha occupato fisicamente una certa fetta del mio tempo, della mia routine.
in certi periodi più grande, in altri più piccola, ma l’ha fatto.
la questione è che questo è un momento della mia vita in cui la routine è qualcosa che sto cambiando drasticamente, proprio perché “ogni tot cambiare è giusto e fa bene”, e anche per quanto riguarda il blog mi sono accorto che comincio a perdere l’entusiasmo e la voglia di stargli dietro, li comincio a perdere in maniera vistosa, e portare avanti qualcosa come un blog senza voglia né entusiasmo, secondo me, è uno sforzo inutile, uno spreco di tempo che potrebbe essere impiegato per altre cose.
sono convinto che non dici di no per il gusto di dire di no, ma per il gusto di dire sì a qualcosa di altro», mi ha scritto ieri notte A., a cui ho anticipato qualche sera fa quello che sto scrivendo ora, centrando come sempre il punto della questione]

come dice il nono dottore prima di rigenerarsi nel divino David Tennant, rigenerarsi «it’s sort of a way of cheating death. except… it means I’m going to change», ed è una grande metafora, tanto più che mi sto accorgendo che comincio ad abituarmi a scrivere i post sempre in un certo modo, a scrivere «per fare del gran tàmbler», dice M., come quel mese in cui ho provato ad abituarmi a twitter e continuavo a cercare di sintetizzare le cose che pensavo in centoquaranta caratteri. ben venga rigenerarsi fino all’ultima cellula, quindi.
per questo, anche se adoro tumblr, mi chiamo fuori. è ora di prendersi una vacanza, pensarci bene, aspettare pazientemente che l’entusiasmo delle prime volte rinasca dalle sue ceneri – se deciderà di farlo – e poi spuntare fuori da qualche altra parte della rete, come appena nato.

considerato tutto questo, questo tumblr chiude qui.
un ringraziamento gigantesco a tutti voi, uno per uno, e in particolare a tutti coloro che hanno contribuito alla mia tumblr education (letteraria, musicale, sentimentale o quant’altro di ciò che elencavo prima).
e sì, sicuramente sto parlando anche di te ;)
un abbraccio grandissimo, di cuore.
buona fortuna, e magari a presto.


l’educazione sentimentale del giovane zadie, episodio #2,
l’impero colpisce ancora

che anche la fine più dolorosa che si possa immaginare per una storia d’amore sia utile è una cosa che abbiamo sentito un po’ tutti (sapete la storia, no?, un giorno questo dolore ti sarà utile e compagnia cantante). ma a cosa sia utile, esattamente, te lo può dire solo Bill Hicks.


una cosa che qualcuno avrebbe dovuto dirmi a diciassette anni (o giù di lì)

quando la caporedattrice esce dalla redazione scatta subito la ricreazione, come quando al liceo usciva il professore. rispetto ad allora, ora ho a disposizione un microonde per fare il tè e un computer per controllare tumblr, e invece di un compagno di banco ho un vicino di scrivania di nome Django (è il suo pseudonimo quando scrive, dice lui). è un editor di quelli bravi ma anche un discreto cazzone, così quando il professore esce – mettiamo il caso di oggi, che deve rimanere fuori più di un’ora per una riunione – finisce che ci mettiamo a chiacchierare.

nello specifico gli sto raccontando di un articolo che ho letto online qualche giorno fa, un articolo motivazionale scritto da un videomaker italiano emigrato in Nordeuropa che spronava i giovani a non smettere mai di viaggiare, di cercare il meglio per paura del peggio, a non accontentarsi di niente di meno di ciò che vogliono. benissimo. dopo aver letto mi è venuta la curiosità di cercare su Internet il curriculum dell’autore, e lì – insieme a un portfolio zeppo di roba oggettivamente figa – ho trovato alla voce “formazione” il nome di un’accademia über alles di Milano, una di quelle scuole da paperoni che gli lasci diecimila euro l’anno di retta ma quando esci lavori un po’ dove ti pare.

ho riletto l’articolo, e mi è saltata all’occhio la parte in cui l’autore raccontava di come lasciare tutto e ricominciare da zero a Berlino gli avesse chiarito le idee su quello che voleva dalla vita. mi è venuto in mente Lorenzo, che qualche mese fa si è trasferito a Vienna senza paracadute, con tutti i risparmi nella tasca interna del giacchetto e il tedesco basic di h&m, e ho pensato a quante cose diverse possono nascondersi dietro l’espressione “ricominciare da zero”.

lo dico senza la minima ironia: puoi permetterti l’accademia di cui sopra? buon per te – e buon per tutti, se hai talento –; l’unica cosa che ti chiedo è di stare attento quando pontifichi su quanto ti aprano la mente sei mesi di meditazione nell’outback australiano come se fosse un’esperienza alla portata di tutti, perché allora sì, allora veramente devi morì gonfio.

«sì, come te pare», ribatte Django, «ma un po’ d’invidia c’è, dai».

«solo un po’? quello vivrà in un loft a Helsinki e io pranzo in una tavola calda a piazza Fiume, è ovvio che c’è, e che cazzo. perché, a te avrebbe fatto schifo nascere figlio di un diplomatico?». pausa. «ma non è quello che mi dà in testa. è che se ci fosse un po’ di giustizia bisognava nascere… come ti posso dire… sai quelli svegli, che si sanno muovere, o che ci sanno fare con le persone, o che sentono le cose prima degli altri?».

«come no, come mi’ cognato», annuisce lui. «quello che fa il barelliere al San Filippo, se ruba i farmaci e c’ha un socio che se li rivende. così dici?».

«veramente pensavo più a una cosa alla Steve Jobs, ma comunque… il punto è che da una parte ci stanno questi che c’hanno i soldi e fanno cose fighe, ed è un altro pianeta», riprendo il discorso brandendo una matita, «e dall’altra quelli che ’ste fortune non ce l’hanno, però si sanno muovere, c’hanno le idee giuste e la grinta per metterle in pratica, e alla fine da qualche parte arrivano. e in mezzo ci stiamo noi, che non c’abbiamo né l’una né l’altra cosa, e stiamo qui, nel grigio. è questo che mi fa incazzare».

lui annuisce, come dire che capisce.

«l’ho pensata anch’io ’sta cosa, per un sacco di tempo», dice poi. «sai che cos’è che fa la differenza? avere un progetto. un progetto per sé stessi. più hai un’idea precisa di dove vuoi essere da qui a un anno, da qui a cinque anni – e più hai un’idea precisa della strada che devi fare per arrivarci, soprattutto –, meno questa gente diventa importante».

«».

«devi pensare che stai facendo un percorso tuo, e se oggi stai qui», indica un punto della scrivania col dito, «e ti sembra di stare indietro perché c’è gente che invece sta qui», ne indica un altro, distante dal primo, «è perché solo stando qui oggi ottieni quello che ti serve per stare, tra un anno, qui», e indica un terzo punto, più distante dei primi dei due. poi sospira. «certo, è un’opinione, è chiaro che un sacco di cose sono fuori dal tuo controllo, però che nel futuro non puoi solo sperarci è una verità sacrosanta. mi fanno ridere quelli che dicono “io vorrei fare”, “io spero di fare”… se uno si limita a desiderare e a sperare è spacciato».



un ottimo modo per buttare giù una quarta di copertina che proprio non ne vuole sapere è aspettare che tutti se ne siano andati e tirare fuori dal frigorifero dei grafici quella mezza bottiglia di vermentino di Sardegna avanzata dalla festicciola per l’ultimo giorno prima della pausa natalizia.
pro: un’improvvisa creatività senza limiti, ogni sorso un climax.
contro: l’ultima volta che ho controllato questo libro era una guida turistica, ora pare che sto recensendo Proust.


figli di Pitagora e di Casadei

due tipi di rapporto genitori-figli a confronto:

  • da una parte la signora del bar di via Tevere, che stamattina raccontava a un cliente del figlio e gli diceva quant’era profonda l’ultima frase che ha scritto su facebook, e «sì sì», annuiva, e un po’ le brillavano gli occhi, «sta diventando proprio una bella persona, guarda…»;
  • dall’altra mio padre, che sempre stamattina si è accorto che gli hanno clonato la carta di credito e appena prima di entrare dai carabinieri – io ero appena uscito dal bar – mi ha chiamato e «tanto pe’ sicurezza», ha detto, «hai visto mai, tante volte… meglio che te lo chiedo prima di entrà a fà la denuncia, insomma… sì, ecco, ti volevo chiede: ma tu co ’sta storia c’entri niente?».
    «».
    «».
    «no, papà».
    «sicuro, eh. perché la denuncia una volta fatta non la posso mica ritirà, poi si va sul penale».

qualcuno dica a Ligabue che io quella cosa della linea sottile non l’ho capita tanto bene.

 

[a zadie piace]#9 – posti abbandonatiogni tanto, girando per strade secondarie, si trovano di queste cose. ecomostri, palazzi sventrati, fabbriche abbandonate, astronavi che dovevano tornare a casa e invece si sono schiantate in un parcheggio fuori città. mi fermo per andare a guardare da vicino e a fare qualche foto, e quasi sempre c’è da aggirare una sbarra, scavalcare una rete, trovare un passaggio. ne vale la pena, però. intorno non c’è niente, molto silenzio, qualche volta il vuoto di certe periferie d’occidente quando piove, altre (come in questa foto) solo campagna, campagna e ulivi, ed è un peccato che non possiate sentire le lamiere che scricchiolano al vento e vedere quant’è minaccioso il verde che avanza lentamente per fagocitare tutto. (questa foto, tra l’altro, è una delle mie preferite in assoluto perché il cielo è pesantissimo e sembra un disegno di Daniel Danger, e a proposito di questo#10 – Daniel Dangere se non sapete chi è per favore cercatelo)

[a zadie piace]

#9 – posti abbandonati

ogni tanto, girando per strade secondarie, si trovano di queste cose. ecomostri, palazzi sventrati, fabbriche abbandonate, astronavi che dovevano tornare a casa e invece si sono schiantate in un parcheggio fuori città. mi fermo per andare a guardare da vicino e a fare qualche foto, e quasi sempre c’è da aggirare una sbarra, scavalcare una rete, trovare un passaggio. ne vale la pena, però. intorno non c’è niente, molto silenzio, qualche volta il vuoto di certe periferie d’occidente quando piove, altre (come in questa foto) solo campagna, campagna e ulivi, ed è un peccato che non possiate sentire le lamiere che scricchiolano al vento e vedere quant’è minaccioso il verde che avanza lentamente per fagocitare tutto. 
(questa foto, tra l’altro, è una delle mie preferite in assoluto perché il cielo è pesantissimo e sembra un disegno di Daniel Danger, e a proposito di questo

#10 – Daniel Danger

e se non sapete chi è per favore cercatelo
)


anche se tengo l’iPod sempre su shuffle

lasciatemi dire una cosa, perché è giusto che impariate dagli errori altrui: la prima canzone che ascoltate quando uscite di casa la mattina sceglietevela sempre, perché se vi capita la sigla di Game of Thrones ok, siete a posto, andate a prendere l’autobus e tutto sembra epico, gli automobilisti s’insultano con gesti di una solennità d’altri tempi e i controllori ai tornelli della metro so’ tutti guardiani della notte, ma se vi capita qualcosa tipo Baby Elephant Walk [chi non ce l’avesse presente ascolti i primi dieci secondi] c’è il concreto rischio che tutto quello che siete, che fate e che rappresentate per gli altri all’improvviso vi appaia ridicolo e grottesco. anche la cosa di cui andate più fieri nella vostra vita, se ci ripensate, vi sembrerà una pagliacciata senza appello.

c’ho messo cinque anni a prendere una triennale e sono bastati trenta secondi di questa canzone per farmi capire che salire su una cassetta di frutta a Campo de Fiori e schiaffeggiarmi con un merluzzo sarebbe stato più dignitoso.


Missing
Everything But the Girl
Amplified Heart

I step off the train, I’m walkin’ down your street again 
and past your door, but you don’t live there anymore.
It’s years since you’ve been there and now you’ve disappeared somewhere,
like outer space, you’ve found some better place.

lascia che succeda. una di queste mattine fredde e tutti uguali dimentica di scendere alla tua fermata della metro. fai finta di pensare ad altro, magari agli Arctic Monkeys che hai nelle cuffiette, ma dimentica di andare al lavoro. cambia tre linee, allontanati dal centro, guarda il cielo bianco nei tratti in cui il treno esce in superficie. nel vagone con te ci sarà man mano sempre meno gente, e arriverai al capolinea da solo. High Barnet, Mill Hill East o quello che è. scendi, guardati intorno: c’è stato un tempo in cui le conoscevi come i motivi geometrici della tua sciarpa, queste periferie. ora ha cominciato a piovere piano e per le strade non c’è nessuno, e nonostante gli anni che sono passati ancora riconosci ogni secchione, ogni casa, ogni marciapiede, ma è un posto che non senti più tuo, che non ti appartiene più, e quando arrivi a casa la trovi abbandonata, con le assi inchiodate alle finestre, la porta ancora accostata, e tu potresti essertene andata da un’ora o da secoli e non c’è modo di saperlo.


solidair ha risposto al tuo post: Mai ‘na gioia

A Fiumicino si va per i tramonti, passando rigorosamente prima (e/o dopo) a prendersi il frittino dove sai tu.

e per pescare all’una di notte alla darsena, direbbe M., e anche per il nescafè e il cornetto al bar dei pescatori alle tre. questa tizia deve avergli dato in testa per fargli dimenticare l’ABC.


mai ’na gioia.

inarrivabile rimane quel venerdì sera in cui M., dopo aver fatto il filo per ore a una studentessa erasmus a una festa alla facoltà di lettere, per concludere e farla sua si giocò la carta della poetica poraccia con un «andiamo via da questa festa di stronzi, ti porto a vedere l’alba sul mare a Fiumicino», e solo a giorno fatto si ricordò che a Fiumicino il mare sta a ovest e il sole sorge a est.
a volte me li immagino, mentre aspettano seduti in spiaggia, sempre più perplessi.


l’educazione sentimentale del giovane zadie, episodio #1,
la minaccia fantasma
(anche conosciuto come «noi scopiamo e voi vi amate!»)

provando a fare qualcosa di costruttivo, ho deciso di ripercorrere tutti i libri e i film che durante l’adolescenza hanno contribuito a formare l’idea che oggi ho dell’amore, per cercare di capire cosa, esattamente, è andato storto.
(m’hanno detto si chiama imprinting, e che le tue magagne devi andare a cercartele lì)


certe notti rimango sveglio fino a un’ora assurda, come quelli che vanno in Africa e quando tornano iniziano a soffrire d’insonnia perché in piena notte, con la casa immersa nel silenzio, a sentire il ronzio del frigorifero ripensano alla savana e gli viene il mal d’Africa.
resto sdraiato sul letto con la luce spenta, a guardare sul soffitto il riverbero blu del router internet, e penso che se tra noi due non ha funzionato è stata soprattutto colpa delle circostanze. sfortuna, forse inesperienza, di certo tempismo sbagliato, e alla fine è giusto così, è tutto giusto così, possiamo considerarlo un pareggio. ma ci sono anche notti in cui realizzo all’improvviso che no, è stata una sconfitta e la colpa è mia, e quand’è così mi manca l’aria e devo alzarmi in fretta, spalancare la finestra e rimanere lì, col petto oltre il davanzale, a guardare le luci della città in lontananza finché l’affanno non passa. una volta mi è successo mentre iTunes mandava Per combattere l’acne, e la notte atomica l’ho vista davanti a me con le mandibole spalancate, e in quell’aereo che era soltanto un puntino all’orizzonte e chissà dove andava c’erano tutte le distanze del mondo. la distanza tra qui e i paesi caldi, tra qui e la Tunisia, tra qui e l’estate.

certe notti vorrei che le storie che voglio raccontare potessero prendere vita da sole, senza bisogno di me che, seduto al tavolo della cucina con una tazza di caffè nero e un pacchetto di Chesterfield rosse, le metto giù parola per parola, e quando capisco che non è così, che il passaggio sulla carta non è mai automatico e non è mai gratis, a volte mi chiedo se valga la pena di fare le ore piccole per rimanere sempre e comunque con la frustrazione di non star facendo abbastanza. ma per fortuna sono più le volte in cui mi ricordo di quello che ha detto Stephen King, che «un paragrafo alla volta potrete costruire di tutto, interi palazzi anche, se ne avete l’energia».

certe notti vorrei che la guerra finisse, vorrei ricominciare con gli orari normali, le uscite regolari, il venerdì sera al Rashomon e il martedì a giocare a scacchi al pub, e altre avrei solo voglia di chiamare gli amici e chiedergli perché non prendiamo la macchina e partiamo, non importa per dove. stanotte stessa, dico, tanto la luna è piena e pure noi.

poi ci stanno notti in cui mi spaventa l’idea che ti dimentichi di me una volta per tutte, e altre in cui mi spaventa ancora di più l’idea che la ragazzina a cui ho voluto bene abbia ormai lasciato il posto a un’adulta che non conosco, e non esista più.

certe notti sto in stato di grazia, e con queste mani mi riesce tutto.

e poi ci stanno notti in cui vedo con una chiarezza sbalorditiva dove porta la strada. vedo qual è l’obiettivo, vedo dove devo arrivare. è per questo che ho venduto l’anima? è per questo che non mi dispiace di aver venduto l’anima, soprattutto? è per questo che sento la mancanza di tutte le persone che ho mandato via?